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Racconto
di Salvatore
ARPAIA
Capitolo
5
Frederick non avrebbe visto il rientro di J.O. Se ne stava andando velocemente, senza lungaggini, come aveva sempre vissuto. Fino a poco prima avevano discusso del torneo di Dusseldorf: “Così farai le qualificazioni, non hai accettato la wild card. Non fare il sostenuto J.O.” “E’ l’esatto contrario vecchio brontolone, voglio capire strada facendo se posso stare ancora là. Se scoppio per 3-4 gare in più vuol dire che non è più per me”. L’agonia durò solo poche ore, l’ultima frase di Fred fu una sorpresa, come lo erano state tante altre prima. J.O. era in un angolo, pallido e infreddolito in preda ad una serie continua di brividi. Fred lo guardò e gli disse, sforzandosi di tenere gli occhi aperti: ”Piangi pure J.O. non sopprimere le emozioni, se no a Dusseldorf ci arrivi scoppiato dentro. Ci vediamo lassù, ragazzo”. Jan Olef cominciò a piangere come mai prima, pianse per Fred, per Irina, per il suo bimbo mai nato e per il suo amico d’infanzia morto in un incidente stradale... ...Pierre non guardava negli occhi J.O., temeva di lasciar trasparire qualche sensazione, tradirsi con lo sguardo sulla direzione del campo prescelta e poi forse avrebbe ricordato l’antipatica polemica di qualche anno prima quando una entusiasmante rimonta di J.O. era stata interrotta da un net chiamato (“influenzato”, aveva insistentemente ripetuto alla conferenza stampa) con un ritardo estremo dall’arbitro. Ora aveva scelto. Si asciugò la fronte col gomito, lanciò la pallina molto alta per un high toss, alzò molto anche il braccio sinistro per essere sicuro di coprire col gomito l’impatto con la palla e, ad un palmo dal tavolo, colpì di diritto di taglio con la parte bassa della racchetta, mentre col piede batteva sul taraflex per coprire il rumore della pallina toccata dalla gomma incollata di fresco per non rivelare subito la natura del colpo. Il polso lanciò una frustata potente e la pallina toccò il campo di Dégoux a metà strada fra la rete e la linea di fondo campo. “Corta J.O., corta J.O.” il pensiero volò rapidissimo e mentre la pallina si incurvava quasi stridendo salendo appena di un dito al di sopra della rete, Jan Olef era già scattato come una molla con il braccio destro proteso in avanti verso destra per impattare, era fondamentale, la pallina in salita subito dopo il rimbalzo. Non rispose né con un flip, né col suo solito taglio incrociato ma affilò un cortissimo back spin sotto rete sul rovescio di Pierre a cui non restò che tagliare a mezzo campo di nuovo sul rovescio. Il top spin era di quelli difficili, ma il rovesciò partì potentissimo e J.O. si sentì i tendini schizzare come molle. Sarebbe stato subito un gran punto di terza palla contro chiunque altro, ma il francese era un campione: riuscì ad arrivare coordinato sulla palla ed aprire con un effetto superiore sia pur leggero sul diritto dell’avversario. J.O. non la sbagliò. Il top di diritto partì a 20 cm dal suolo, il suo quadricipite femorale tirò su tutto il corpo, la spalla versò tutta la sua potenza in risalita sulla pallina che cambiò repentinamente direzione e terminò la velocissima corsa all’estremo angolo del tavolo alla destra di Dégoux che, fra gli “ooh” del pubblico la riprese ancora, con un contro-top, seppure solo abbozzato. La palla ritornava ora nella metà campo dello svedese, che era lì ad attenderla: con l’avversario lontano tre metri dal tavolo, l’invenzione di J.O. fu un block frenato con l’impatto racchetta-pallina ridotto ad un millesimo di secondo, forse meno. Poi la racchetta schizzò all’indietro, come se la pallina scottasse. Impensabile. La pallina si alzò un tantino, ma il francese non potè viaggiare con il pensiero e finì la partita in vana rincorsa verso il tavolo azzurro con la punta della racchetta protesa in avanti, riuscendo soltanto ad appoggiare la pallina in rete. J.O. fece uno strappo ad una sua regola ferrea ed alla sua apparente freddezza e per una volta lanciò un urlo, pugno al cielo. Poi cadde sulle ginocchia, lacrime agli occhi: “Sono tornato!”. |
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