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Racconto
di Salvatore
ARPAIA
Capitolo
2
Dopo il suo rientro alle gare non c’era più ad assisterlo in panchina “zio” Frederick. Anche la sua forte fibra di settantenne asciutto ed atletico aveva dovuto arrendersi al rene policistico bilaterale. Quando l’aveva sentito nominare per la prima volta, era corso con la mente ai suoi studi di biologia. Quella passione di adolescente che era seconda soltanto al tennistavolo e che al tennistavolo era stata sacrificata nel momento in cui aveva dovuto decidere se diventare un giocatore professionista o frequentare l’Università. Ma, niente, quella maledetta parola proprio non gli ricordava nessun pomeriggio passato nella scuola di Uppsala a cercare di leggere nel libro della vita, in attesa che fosse il suo turno di allenamento in palestra. Dopotutto era stato soltanto un brillante studente di Liceo, senza sapere mai se sarebbe riuscito a diventare un vero studioso di biologia come aveva cominciato ad immaginare prima che le sue vittorie a livello giovanile cominciassero a diventare un evento continentale e poi mondiale. No, il rene policistico avrebbe purtroppo preso a conoscerlo soltanto man mano che le condizioni di Frederick andavano peggiorando. Con il suo maestro di sempre stavano progettando il rientro alle gare. “Vai in palestra, J.O. Non dovresti perdere tempo in ospedale, lo sai c’è da attendere mezza giornata per i risultati della analisi. Lì fuori non ti perdoneranno niente, sarai il vecchio bollito e nostalgico che vuole tornare alle gare, ma che sarà destinato a perderle. Quelli sparano dei top che vanno davvero veloci J.O.” “Dovrei ripetere l’allenamento alla Rocky con le galline allora? Ti ricordi della scommessa che facemmo?” “Certo che mi ricordo, rompiscatole, le cisti non le ho mica al cervello. Tra l’altro l’avresti dovuto ripetere per tutta la settimana, incluso sabato e domenica. L’hai fatto soltanto per cinque giorni: sei stato molto scorretto, cavolo.” “I week end sono automaticamente esclusi quando si parla di lavoro, Fred. Ora vado, tu lascia perdere le infermiere”. Frederick era maestro dello Sport per l’Accademia di Svezia da quasi 20 anni. Aveva partecipato in vari modi a 8 Olimpiadi, era stato amico di Muhammad Alì e di Serghej Bubka, scambiava sistematicamente cartoline di auguri con Livio Berruti e con Franz Beckenbauer. Di ogni sport conosceva i segreti più profondi e nei suoi metodi di allenamento attingeva variamente e con tanta fantasia dalle varie discipline. J.O. era stato con lui a lavorare in palestre di schermitori e di pugili, a fare la preparazione atletica con le squadre di basket e minacciato di essere condotto in una palestra di danza per imparare da una ballerina il passo chassé, per la mania di Frederick di portare alla perfezione tutti i movimenti di gara. Su questo J.O. però lo seguiva bene, era l’occasione per sfruttare qualche cognizione di biologia, per questo la biodinamica del tennistavolo, che è normalmente sconosciuta per gli atleti di qualsiasi livello, per lui era una fonte continua di riflessione e di studio e quando improvvisamente in partita inventava un colpo nuovo, incredibile, quelli per i quali era diventato famoso, era chiaro che aveva studiato a lungo e sapeva che avrebbe funzionato. “Io ho il braccio un pochino corto maestro, per la mia altezza, dico. Ecco perchè sono costretto a fare quel balzo sulle palle corte che non è il classico passo dello spadaccino”. Frederick rimase un attimo perplesso, non aveva mai pensato a misurare il braccio di quel ragazzino non ancora sedicenne, che aveva sbaragliato nelle selezioni tutta la concorrenza per arrivare alla nazionale juniores e che nel giro di due settimane di ritiro collegiale era diventato il suo pupillo, ora il ragazzo lo sorprendeva. Era talmente bravo e talmente rapido che non riusciva a capire perchè la sua risposta alle palle corte gli sembrava così sgraziata e si era messo in testa di allenarlo a velocizzare i riflessi. Ma questo qui sembrava un gatto; avrebbe potuto boxare con Ray Leonard e non prendere neanche un cazzotto. “Fammi un pò vedere, ragazzo. Uh! Ma allora dobbiamo lavorare sulla tua posizione in campo!” E J.O. era disposto a rimanere per ore ad aggiustarla, a provare e riprovare i passetti centrando in pieno, senza guardare mai a terra, le linee che Frederick aveva disegnato sul pavimento, seguendo solo il suono della voce del maestro e rimandando con una precisione meticolosa nell’angolo del campo ora il diritto, ora il rovescio che il robotino rumoroso in dotazione della palestra sparava in quelle ore serali in cui rimaneva con Frederick a perfezionarsi. Ed una di quelle sere, in cui pareva che il robot fosse più stanco di lui, il suo maestro gli propose: “Facciamo due scambi?”. J.O. si sentì raggelare, era noto a tutti che Frederick aveva smesso per sempre di giocare a tennistavolo, se non con i figli nel giardino di casa. Era forse l’unico vezzo di un grande atleta e di un grande uomo. No, non avrebbe fatto i tornei dei veterani, nessuno avrebbe visto il tramonto del più grande giocatore di Svezia del dopoguerra né i suoi riflessi rallentarsi e le sconfitte contro qualche giovanotto bravo solo a sparare colpi in virtù di una forza fisica, inevitabilmente, molto superiore. “Allora ti muovi a prendermi una racchetta? Giochiamo o vado a casa?” J.O. scattò di colpo: “Maestro”. In quella mezz’ora si sentì leggero come una piuma, correva da un lato all’altro del tavolo a riprendere le palline che l’allenatore gli rimandava vorticosamente e con precisione assoluta in tutti i settori della sua metà campo. “Diamine, non fà una gara da quasi dieci anni – pensò - ma potrebbe essere ancora fra i primi del paese”. Frederick toppava, schiacciava, tagliava con una facilità del gesto che a J.O. sembrava incredibile. “Ero piuttosto scarso tecnicamente, ragazzo, ma avevo una capacità di mantenere la concentrazione che nessun rivale aveva. Solo così ho vinto un bel pò di trofei. Questa la trovi dentro di te, non te la potrò mai insegnare. Nè io, nè nessun altro. Una moglie eccezionale, dei figli che adoravo: solo così prima di avvicinarti al tavolo puoi pensare esclusivamente a dare tutto se stesso.” J.O. era più confuso che emozionato, perchè il maestro ora gli faceva addirittura delle confidenze personali? Ad un ragazzino che conosceva appena... Frederick si fermò d’improvviso, sembrava che non avesse neanche sudato: “Stop ragazzo, sono esausto. E prepara le valigie, la prossima settimana si va in Cina!”. Frederick era così, niente fronzoli: prendere o lasciare. Inutile tentare di spiegare che a quindici anni è difficile tornare a casa ed annunziare che quello che finora i genitori avevano giustamente considerato solo un sano hobby avrebbe costretto J.O. a disertare la scuola per tre settimane. E nel pieno dell’anno scolastico... ... Pechino, vista frettolosamente dall’interno di un taxi piuttosto malridotto gli sembrò un tantino deludente. Dopo 10 ore di volo in classe economica, rannicchiato per far entrare le sue gambe fra il sedile davanti e la sua borsa sportiva che doveva servire da improvvisato poggiapiedi, ed un interminabile attesa all’immigration, ormai lo teneva sveglio soltanto l’eccitazione di poter guardare da vicino questa metropoli che tanto lo affascinava. Ma a misura che l’auto accelerava sulla strada lunghissima e incredibilmente diritta che dall’aeroporto portava al centro cittadino si rendeva conto che dei Ming non c’era certo traccia per le strade, e che Pechino in quei giorni sembrava un enorme cantiere in cui stavano venendo su una serie di grattacieli. All’improvviso, fra i giardini di un parco pubblico intravide dei tavoli da ping pong, il cuore prese a battergli fortissimo. L’adrenalina era entrata violenta in circolo ed ora, per quanto stanco ed assonnato, si ricordava esattamente - che ragazzo fortunato! - che cosa era venuto a fare... ... La prima partita del torneo non fu certo un successo. Il suo avversario era piccolino e magro, forse non aveva neanche 13 anni. Frederick gli aveva ripetuto mille volte: “Ragazzo, quelli che sono qui hanno dovuto superare una selezione durissima, che neanche immagini, partono in centinaia ma arrivano solo in pochi. Questi fuggono dalla fame, se riescono nel tennistavolo si sistemano per la vita. Duro devi giocare, durissimo.” Più facile a dirsi che a farsi, Chen Yu Wang sembrava giocare con una pallina telecomandata ed aveva una velocità doppia della sua. J.O. provò lo schema più ovvio, di giocare sempre sul suo rovescio, “tanto quelli sono pennaioli ed il rovescio non sanno usarlo”. Questo ragazzino era già schizzato con il corpo alla sua sinistra prima che J.O. avesse ancora pensato di giocargli sul rovescio. Non gli serviva per niente il rovescio, neanche la gomma aveva da quel lato della racchetta, sparava tutto con il diritto e non si faceva trovare mai fuori posizione. Per due set J.O. non la vide quasi mai. 21-12, 21-8. D’accordo, non era uno facile a scoraggiarsi, ma non sapeva proprio che pesci prendere. “Ragazzo, ma l’hai visto che giochi solo da un lato? Hai messo l’85% delle palline sul suo rovescio, lui ti aspetta lì. E’ solo un fatto statistico, ci prende quasi sempre.” Frederick doveva essere un mago, possibile che avesse contato il numero dei colpi? E poi non alzava mai la voce. Nel terzo set J.O. cominciava finalmente la sua partita, punto su punto portò il cinesino ai vantaggi. Ma lì mollò. Due battute timorose sul rovescio di Yu Wang ed il segnapunti lo gelò: 22-20. Il resto delle gare fu tutta un’altra cosa, si era inventata per caso una battuta laterale avvolgente da diritto a diritto, corta ad uscire, ed i cinesi gli sembrarono stranamente impreparati a questa cosa. Poi sulla velocità e sulla reattività nervosa era già un atleta incredibile, in fondo ci si poteva giocare contro questi orientali. La settimana conclusiva fu quella più dura ed esaltante, niente tornei ma uno stage memorabile con Frederick e tutti gli allenatori delle nazionali cinesi. Lì si rese conto che il tennistavolo era la sua vera vocazione, i ragazzi più grandi del team svedese gli cominciavano a chiedere consigli sui colpi da portare e sulle tattiche da utilizzare su come facesse, sembrava proprio così, a “psicanalizzare” gli avversari riuscendo a capire nel giro di 5 minuti cosa sapessero o non sapessero fare... |
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